Esserci, davvero. Questo è forse l’elemento più trascurato eppure più determinante nella leadership di oggi. Non basta agire, decidere, coordinare. La vera svolta inizia nel momento in cui un leader – o una persona che si scopre tale in una situazione – si ferma e si chiede: che impatto ho? Di che tipo di potere dispongo? Come lo sto usando? La leadership non è un ruolo assegnato, è uno stato di presenza, una responsabilità che si attiva anche solo nel momento in cui si è osservati, ascoltati, seguiti, anche solo per un gesto. È un campo vivo, non una casella in organigramma.
La leadership è una risorsa intrinseca, presente in ciascuno di noi. Non è qualcosa che si acquisisce con un titolo o un riconoscimento esterno, ma una qualità che si manifesta ogni volta che scegliamo con intenzione, ci assumiamo responsabilità, influenziamo il contesto in cui siamo immersi. È una forza che si attiva nella quotidianità: in una scelta etica, in un gesto di cura, in una parola che apre nuove possibilità.
Tutti abbiamo fatto esperienza di leadership, fin da piccoli, anche in forme temporanee e contestuali: tra pari, in famiglia, in gruppi informali, nel volontariato, in una riunione difficile. Siamo tutti leader. E siamo anche persone con una storia, privilegi e ferite, punti di forza e punti ciechi, visioni, timori, risorse, desideri. Quando iniziamo a riconoscere questa complessità in noi e negli altri, la leadership si trasforma: da esercizio di controllo a esercizio di presenza.
Non serve una targhetta sulla porta per esercitare influenza. Ma cosa succede quando non ne siamo consapevoli?
Sentirsi leader: consapevolezza e potere
La domanda non è “sei un leader?”, ma “in che modo sei già un leader e non lo stai riconoscendo?” E se te lo riconosci, sai come stai utilizzando il potere legato al tuo ruolo? Perché il potere agisce anche quando non ne abbiamo consapevolezza. Julie Diamond, che ha dedicato il suo lavoro alla pedagogia del potere, ci aiuta a capire la molteplicità di forme in cui esso si manifesta:
- Potere personale: deriva dalla nostra esperienza, dalle competenze interiorizzate, dal modo in cui gestiamo le emozioni e i conflitti. Non dipende dal ruolo, ma dall’energia interiore.
- Potere di ruolo: è associato alla posizione che ricopriamo. Non è un nostro merito, ma un’investitura esterna. Se non lo abitiamo con consapevolezza, rischiamo di usarlo in modo meccanico o aggressivo.
- Potere sociale: è determinato dal nostro status culturale, etnico, di genere, economico. Spesso è invisibile a chi lo possiede, ma condiziona profondamente le relazioni.
- Potere carismatico: si basa sulla capacità di attrarre, coinvolgere, ispirare. È potente, ma instabile se non radicato nell’autenticità.
- Potere informativo: nasce dalla conoscenza, dalla capacità di leggere il contesto, di saper decifrare le dinamiche invisibili.
- Potere relazionale: è la forza che deriva dalle connessioni costruite, dalla fiducia, dalla capacità di creare spazi di relazione autentici.
Il nodo, quindi, non è avere o non avere potere, ma come lo stiamo utilizzando e che impatto ha su chi ci sta intorno.
Il potenziale umano come leva evolutiva della leadership
Parlare di leadership senza considerare il potenziale umano significa fermarsi alla superficie. Nella mia visione lo scopo della leadership – in qualunque forma si manifesti – è far emergere il meglio di sé e degli altri. Il potenziale umano non è un insieme di competenze da ottimizzare, ma un processo dinamico, relazionale e continuo che riguarda la possibilità di diventare pienamente ciò che si è.
Il potenziale umano, in questo senso, non è un ideale astratto. È ciò che accade quando qualcuno – un collega, un mentore, un gruppo – ci guarda con occhi capaci di vedere non solo ciò che siamo, ma ciò che potremmo essere. E ci dà spazio per esplorarlo. È il terreno comune tra crescita personale e trasformazione collettiva.
Come hanno evidenziato autori come Carl Rogers e Abraham Maslow, ognuno di noi tende naturalmente verso la propria realizzazione. Ma questo potenziale può emergere solo in contesti che offrono sicurezza psicologica, fiducia, accoglienza. Contesti in cui il potere non esclude, ma abilita.
La Democrazia Profonda, proposta dal Processwork, ci invita a considerare ogni voce, ogni ruolo, ogni parte come significativa per l’evoluzione del sistema. Le tensioni che emergono nei gruppi non sono ostacoli da eliminare, ma segnali da ascoltare. E ogni prospettiva ha una funzione evolutiva, anche quelle più scomode. Allenarsi a riconoscere il valore di tutte le parti – anche quelle marginalizzate – è parte essenziale della leadership trasformativa.
Leadership, quindi, significa custodire la possibilità che ciascuno possa fiorire. Peter Senge, nella sua visione dell’apprendimento organizzativo, sostiene che un’organizzazione intelligente è quella che coltiva persone capaci di apprendere e reinventarsi costantemente. Una leadership davvero trasformativa non guida solo verso obiettivi: guida verso possibilità interiori non ancora espresse.
La società non ha bisogno di eroi solitari, ma di reti di leadership capaci di reggere la complessità del vivere insieme. Serve un modello in cui il potere è distribuito, condiviso, espanso. Dove le decisioni nascono da visioni connesse, e non da posizionamenti individualistici.
Per questo il lavoro sulla leadership oggi deve includere:
- la capacità di accedere alle proprie risorse interiori di potere e forza;
- il ritorno alla visione originaria che ha acceso il nostro percorso di guida o servizio;
- la curiosità verso le tensioni relazionali, riconoscendole come punti di svolta possibili;
- la capacità di vedere il sistema – le sue dinamiche, i suoi bisogni, i suoi non detti – con compassione e lucidità.
In questa prospettiva, il potenziale umano non è solo qualcosa da sviluppare, ma una chiave per comprendere meglio le dinamiche della leadership stessa. E la leadership, a sua volta, è la via concreta attraverso cui quel potenziale può manifestarsi.
Ecco perché sviluppare la consapevolezza del potenziale umano – dentro e fuori di sé – è oggi un atto politico, etico, culturale. Significa contrastare modelli di controllo, standardizzazione e produttività cieca.
Le sfide e i punti ciechi della leadership contemporanea
Abusare del potere
Quando il potere non è consapevole, è facile che diventi strumento di controllo, manipolazione, autosufficienza. Le organizzazioni segnate da leadership autoritarie o passive generano ambienti in cui la paura prende il posto dell’iniziativa. Le persone si ritirano, diventano compiacenti o difensive. L’energia creativa si spegne.
Non abitare la leadership in modo consapevole
Esistono leader che occupano ruoli ma non li incarnano. L’insicurezza, la dipendenza dall’approvazione, la fatica a prendere posizione producono leadership fragili, che oscillano tra iper-controllo e deresponsabilizzazione. Questo genera incertezza, sfiducia, instabilità.
Mancato sviluppo del potenziale umano
Questa è forse la più grande occasione persa. Quando un’organizzazione non si interroga su come valorizzare i talenti e i percorsi individuali, si limita a chiedere performance. Ma il potenziale non risponde alla logica dell’efficienza: risponde a quella della cura, della fiducia, del senso. E quando non è riconosciuto, muore lentamente. Con esso muore anche la motivazione.
Frustrazione e stress nelle organizzazioni
La leadership inefficace si riflette su clima, relazioni, qualità del lavoro. Quando le persone non sono viste, ascoltate, coinvolte, si innescano meccanismi di difesa: burn-out, cinismo, fuga silenziosa. Si lavora per dovere, non per visione. E nessuna strategia funziona, in questo stato.
Mancanza di consapevolezza dell’impatto della propria leadership
Ogni gesto, ogni parola, ogni scelta, genera conseguenze. Ma molti leader non leggono questo impatto. Spesso non hanno ricevuto strumenti per osservare i sistemi in cui operano, per cogliere le reazioni sottili del gruppo, per riconoscere il proprio peso nel campo relazionale.
Difficoltà a prendersi responsabilità
Non parliamo solo di responsabilità operativa, ma della responsabilità del clima, del ritmo, della coerenza. Prendersi responsabilità significa dire: “so che il mio modo di essere incide su ciò che accade qui”.
Proposte e strumenti per una leadership consapevole
Lavorare sulla propria leadership oggi significa molto più che acquisire tecniche. Significa trasformare il modo in cui si sta in relazione con se stessi, con gli altri e con il sistema.
Connessione con il Campo di Informazione
La leadership sistemica richiede la capacità di entrare in risonanza con ciò che è presente, anche se invisibile. Quando un leader è capace di ascoltare il “campo” – l’insieme di segnali, emozioni, tensioni latenti – può guidare senza forzare, permettendo alle soluzioni di emergere in modo organico. Questa è una pratica profonda, che implica anche saper disattivare l’ego e fidarsi dell’intelligenza collettiva.
Lavoro profondo e ristrutturazione interiore
Non si può guidare gli altri se non si è disposti a guardarsi dentro. La leadership autentica richiede un processo costante di integrazione tra ciò che si è e ciò che si agisce. Il lavoro sull’ombra, sul corpo, sui propri automatismi relazionali è imprescindibile. Solo così è possibile accedere alle proprie risorse interiori – anche quelle non ancora riconosciute – e metterle al servizio di una visione più ampia.
Lavoro in gruppi e facilitazione sistemica
La leadership non è mai solo individuale. È sempre immersa in una rete. Creare spazi di confronto guidato, con supporto esterno, permette di far emergere le dinamiche invisibili e attivare processi collettivi di trasformazione. Allenarsi a leggere e vedere il “quadro di insieme”, comprendere i ruoli impliciti, onorare la pluralità delle voci – anche quelle difficili – diventa fondamentale. Il gruppo è il luogo dove si apprendono relazioni complesse e si sviluppa la consapevolezza sistemica.
Embodiment coaching e ascolto somatico
La presenza non è un concetto teorico, è un’esperienza incarnata. Allenare la propria postura, il proprio ritmo, la qualità con cui si abita lo spazio permette di portare coerenza tra parola, intenzione e azione. È attraverso il corpo che possiamo intercettare il campo relazionale, sentire le dissonanze, regolare l’impatto, scegliere come entrare in contatto. L’embodiment ci permette di accedere a forme di potere che non si impongono, ma si offrono.
Percorsi formativi su misura e pratiche riflessive
La formazione non è trasmissione di saperi ma costruzione di nuovi sguardi. Servono percorsi che intreccino teoria, esperienza, simulazioni, pratica riflessiva. Ma soprattutto, percorsi che accompagnino le persone a tornare alla loro visione originaria: quella scintilla da cui è partita la loro motivazione a mettersi in gioco, a guidare, a portare valore. Riconnettersi a quella visione genera rinnovata energia e direzione.
Coltivare reti di leadership distribuita
Oggi più che mai, la leadership ha bisogno di uscire dalla logica del “singolo forte” per entrare nella logica della rete. È nei legami tra persone consapevoli, interdipendenti e capaci di agire il proprio potere con etica e coraggio che si crea il vero cambiamento. Le reti di leadership sono spazi di supporto reciproco, di scambio di risorse, di presidio di senso. Costruirle richiede intenzionalità, ma i benefici sono profondi e durevoli.
Domande per riflettere
- Quali forme di potere sto usando oggi senza saperlo?
- Come reagisce il mio contesto quando prendo una decisione? E quando non la prendo?
- Cosa mi impedisce di abitare pienamente il mio ruolo?
- In quali momenti sento di aver influenzato positivamente un gruppo? Che condizioni c’erano?
- Quali spazi di ascolto o formazione sto creando (per me e per gli altri) per crescere come leader?
Non serve aspettare che qualcuno ti nomini leader. La leadership è già attiva in te, ogni volta che scegli di prenderti cura del contesto in cui sei. Ma puoi scegliere come viverla: in automatico o con consapevolezza. Il primo passo è osservarti. Il secondo è formarti. Il terzo è sperimentare.
La leadership è un’arte viva. E merita di essere vissuta come tale.